Prestiti banche, il paradosso è servito

 

Credit crunch senza via di uscita. Alla ripresa economica, le banche italiane preferiscono l'acquisto di titoli di stato a prezzi "stracciati"

Mentre s’intravede un inizio di ripresa davvero molto debole, continua il perpetrante giro di vite sui prestiti alle imprese da parte delle banche italiane.

La situazione di “Credit Crunch” ormai è patologica: nel mese di maggio, i prestiti al settore privato da parte delle banche italiane sono diminuiti del 3,2% su base annua, in accelerazione dal -3,1% di aprile. Le cifre fornite dalla Banca d’Italia dicono che i prestiti alle famiglie sono scesi dell’1% sui dodici mesi, dato invariato rispetto ad aprile, con prestiti personali ancora in calo; mentre quelli alle società non finanziarie sono crollati del 4,7% dal -4,4% del mese precedente.

Il capo economista per l’Europa di Standard & Poors, Jean-Michel Six, lo scorso giugno, durante una conferenza a Milano dell’agenzia di rating sulla crescita del mercato obbligazionario corporate, ha affermato che anche quest’anno l’economia italiana «sarà in recessione: le nostre stime sono di un calo del prodotto interno lordo dell’1,5%. Nel 2014, la base per una vera ripresa può venire soprattutto da un vero coordinamento monetario, bancario e fiscale».

Ora, è proprio un inadeguato “coordinamento, bancario e fiscale” che sta portando al paradosso del sistema dei prestiti alle imprese.

Banche italiane detentrici di debito pubblico

In quasi tre anni, i prestiti delle banche italiane a famiglie e imprese non hanno fatto che contrarsi, mentre il portafoglio titoli di stato nazionali è raddoppiato dai circa 200 miliardi di fine 2011 agli oltre 400 miliardi attuali.

Oggi, gli istituti di credito italiani (a cui si aggiungono anche le grandi compagnie assicurative) hanno in pancia oltre la metà del totale dei titoli del debito pubblico italiano e continuano a registrare livelli record di titoli di Stato. A maggio, sempre secondo Bankitalia, il portafoglio dei titoli di Stato nazionali si attestava a 402,9 miliardi, in lieve calo dai 404,8 miliardi di aprile, ma pur sempre vicino ai massimi storici. Di questi, 268,4 miliardi sono BTp. Seguono CcT, CTz e BoT.

Questo significa che i 255 miliardi di euro di liquidità ottenuti dalla BCE al tasso iper-agevolato dell’1% e fino a 3 anni sono stati utilizzati dai nostri istituti per acquistare BTp e BoT e non per sostenere gli investimenti delle imprese o i consumi delle famiglie.

Titoli di stato con tassi ai minimi storici

Perché le banche acquistano titoli di Stato invece di investire sull’economia reale?

L’andamento delle ultime aste ci dice che i titoli di Stato vengono venduti con tassi ai minimi storici. I BoT a 6 mesi sono scesi allo 0,309%, quelli a 12 mesi allo 0,492%. I CTz (titoli senza cedola a 2 anni) allo 0,591%. Ma i tassi sono ai minimi anche sulle lunghe distanze: la scorsa settimana il BTp a 10 anni è stato “battuto” al 2,85%, come mai nella storia.

I tassi sono talmente bassi che, conteggiando commissioni e tasse (l’aliquota sul prelievo fiscale per i titoli di Stato è al 12,5%), gli investitori finanziano lo Stato in cambio di un rendimento nominale negativo, soprattutto sul breve termine.

Il punto è che se i tassi dovessero tornare a salire in futuro – in vista ad esempio di una “galoppante” ripresa economica – i prezzi dei titoli, che si muovono in direzione opposta, scenderebbero.

Ecco perché chi ha fatto incetta negli ultimi mesi di titoli di Stato, banche in primis, quasi quasi non ha convenienza in una rapida e forte ripresa economica.

E questo suona proprio come un paradosso.

La strategia BCE di Draghi

Per far sì che il denaro defluisca effettivamente verso le imprese, il governatore della BCE, Mario Draghi, ha messo in campo a giugno l’asta TLtro (“Targeted Long term refinancing operation”), che dovrebbe immettere sui mercati intorno ai 400 miliardi di euro, attraverso prestiti a 4 anni e a tasso molto agevolato (sotto l’1%) alle banche, in rapporto al portafoglio di crediti di ciascuno.

Sulla manovra però c’è scetticismo.

Anzitutto perché già alla fine del 2011 e nel febbraio del 2012, la BCE erogò oltre mille miliardi di prestiti a 3 anni alle banche dell’Eurozona e al tasso dell’1% col risultato che degli istituti investirono i fondi ottenuti in titoli di Stato dei Piigs, dai rendimenti piuttosto allettanti. E non un solo centesimo accrebbe il credito all’economia reale di imprese e famiglie.

E poi perché non vi è menzione, nel Bollettino da poco pubblicato, delle fatidiche “penalizzazioni” annunciate da Draghi, cioè di sanzioni amministrative contro quelle banche che non dovessero rispettare il vincolo dei fondi a sostegno del credito a favore deòl’economia reale. Si accenna solo al possibile rimborso anticipato a settembre 2016 per gli istituti che non abbiano rispettato i termini dell’erogazione.

Insomma, a ben vedere, le misure ultra-espansive della BCE appena varate non sembrano sufficienti a rimettere in moto l’economia dell’Area Euro. Tutt’al più, stimoleranno l’inflazione e faranno diminuire ancora di più gli spread.

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41 anni, laurea in giurisprudenza. Esperta in comunicazione e relazioni pubbliche, in particolare nello sviluppo strategico e coerente delle attività di comunicazione Corporate e Consumer, gestione diretta delle media relation e media partnership, ideazione e gestione di progetti e campagne d’informazione sociale. Curiosa, esprime le proprie scelte con intrepida avventura, consapevolezza, disciplina e amore profondo, perché ogni istante è sapore e opportunità.

 
 

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